Mr. Robot
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MR. ROBOT 4: UN FINALE STRAORDINARIO

Mr. Robot dimostra con un ultimo ciclo di puntate dalla forza strepitosa come vada chiusa una serie, segnando per sempre il medium seriale.

A volte può essere davvero dura riversare su pagina – o schermo – delle sensazioni particolarmente forti e intense. Ed è curioso come molto spesso la difficoltà nasca dal fatto, quasi egocentrico, di voler trasmettere nel miglior modo possibile ciò che si prova, senza perdita di dati. Questa è la paura più angosciante, la possibilità che qualcosa di importante per chi scrive possa essere tralasciata in un fatale attimo di dimenticanza. Il finale di Mr. Robot rappresenta l’essenza di un caso simile: anche a distanza di giorni le emozioni che la rivoluzione di Elliot (Rami Malek) ci ha lasciato sono talmente avvolgenti, durature e totalizzanti da scatenare una voglia irresistibile di veicolare ogni cosa alla perfezione. Questo è il livello di soddisfazione emotiva che quel geniale architetto di Sam Esmail è riuscito ad erigere, piano dopo piano, nel corso degli anni prima di sfociare in un climax conclusivo da pelle d’oca.

Decostruzione di una rivoluzione

Facciamo una brevissima ricapitolazione: Elliot ha scoperto che il suo urlo di rivolta contro la più grande corporazione del mondo, la E-Corp, è stato soltanto uno strumento da sempre nella mani di Zhang, a.k.a. Whiterose (BD Wong), e del suo Dark Army. Da quel momento in poi il giovane hacker diventa, a tutti gli effetti, un lacchè del suo acerrimo nemico, costretto ad obbedire per la minaccia di morte che pende su di lui ma soprattutto su sua sorella Darlene (Carly Chaikin). Ed è questo Elliot che ritroviamo in apertura di stagione, un personaggio arrabbiato e frustrato, spinto dalla disperazione a compiere mosse fuori da qualsivoglia logica. Nella sua testa, nonostante gli accorati appelli di Mr. Robot (Christian Slater), la partita non può finire così poiché l’1% dell’1% deve pagare il suo voler ergersi a Dio.

Esmail dipinge immediatamente il primo grande cambiamento di prospettiva della stagione in quanto appare chiaro fin dalle battute d’esordio che Elliot non è più guidato dalla voglia di cambiare il mondo o di operare la più grande ridistribuzione della ricchezza nella storia dell’umanità, tutt’altro. L’unica cosa che conta è proteggere Darlene e pur di raggiungere tale scopo non ha importanza quante persone innocenti debbano essere rovinate, ricattate, raggirate. È una versione distorta e raccapricciante di una rivoluzione messa all’angolo, al suo rantolo finale, incapace di pensare oltre le immediate conseguenze dei suoi contraccolpi. Ma non c’è altro modo, manca l’aria, manca il tempo, manca lo spazio di manovra, è la retta causa che si piega al più primordiale istinto noto all’uomo, la sopravvivenza.

Un inizio lento seguito da un climax infinito

Concettualmente, è uno dei momenti più affascinanti della serie. Al contempo, però, è l’anello debole della stagione. Intendiamoci, sono intermezzi dall’elevato tasso adrenalinico e dipingono snodi cruciali per gli eventi e la caratterizzazione dei personaggi, ponendo tra l’altro le basi per un climax superbo. Tuttavia è innegabile che l’operazione di capovolgimento e di destrutturazione degli ideali di Elliot abbia comportato sacrifici ingombranti, sia dal punto di vista estetico e sperimentale tipico di Esmail che sul piano squisitamente narrativo. C’è, in effetti, qualche concessione eccessivamente forzata ad elementi che con il telefilm hanno ben poco a che fare, il più palese dei quali è una spiegazione immensa delle attività sotterranee di Whiterose. Ecco, c’è una perdita, inevitabile magari, ma pur sempre perdita di fascino in queste sezioni. Passaggi necessari, certamente, ed oltretutto lontani anni luce dall’essere noiosi o ridondanti, la loro pecca risiede semplicemente nell’essere un gradino sotto allo standard qualitativo cuI Mr. Robot ci ha abituato.

La serie, però. poi si sblocca e travolge lo spettatore con un banchetto sontuoso che Esmail condisce con una dose di raffinatezze e sperimentazioni fuori scala. Una puntata interamente priva di dialoghi – ad eccezione di una battuta di apertura e di chiusura strettamente collegate – scandita soltanto da piani sequenza, dal respiro di Elliot e da musiche natalizie reinterpretate, un’altra girata all’interno di due sole stanze dominata dalle finezze della sceneggiatura e dei dialoghi tra 3 personaggi e nulla più, sono gli esempi che spiccano particolarmente.

C’è della vera e propria arte nella messa in scena di determinate sequenze, una teatralità a dir poco shakespeariana nel ritrarre le verità recondite nella disturbata mente di Elliot e le sue reazioni, magistralmente interpretate da un Rami Malek in stato di grazia. È apparentemente disumano che un telefilm possa proseguire con una qualità simile per così tanti episodi, eppure Mr. Robot è questo, percorso da un livello di splendore – registico, narrativo ed emotivo – immane.

Lo “special” di natale

Le vicende, coprendo un arco temporale di pochissimi giorni natalizi, riescono infatti ad avere un impatto devastante sullo spettatore. Non c’è tempo per recuperare e guarire, è una corsa sfrenata verso l’obiettivo che lascia stremati tutti i personaggi: Elliot e Darlene sono ossessionati dall’abbattere il misterioso Deus Group al punto da annullare confini morali fino ad allora intoccabili; Dominique (Grace Gummer) è un guscio vuoto privato delle sue certezze; Tyrell (Martin Wallstrom) un burattino incapace di intendere e volere senza la sua famiglia; la stessa Whiterose giunge all’ultimo metro della sua maratona divorata da insicurezze e fantasmi del passato. Si raggiungono delle vette di brutalità emotiva stupefacenti, per drammaticità ed approfondimento psicologico di un gruppo straordinario di protagonisti e qui Esmail fa sentire ancora il suo genio.

C’è un esatto momento in cui il dramma esaurisce la sua forza e si trasforma in un elemento sgradevole quando se ne abusa, questo in ogni medium. Ciò accade perché il fruitore si adatta e non percepisce più quegli eventi come, appunto, drammatici, si è superata una certa soglia. Mr. Robot coglie quel limite e, raggiunto il picco massimo, si ferma rilasciando la tensione accumulata in un singolo momento catartico di una semplicità e genuinità maestosa.

“Dimmi che lo vedi anche tu”

Rimane la spinosa questione del finale. Mr. Robot è un prodotto tra i più acuti dell’ultimo ventennio, capace di assimilare la lezione impartita da classici senza tempo del cinema – le citazioni a Fight Club si sono sprecate fin dalla prima stagione – e di sfruttarla per centrare chirurgicamente alcuni aspetti perversi del mondo contemporaneo. Lo sfruttamento di un’intera impalcatura economica a favore dell’avidità di pochi, la bolla anestetizzante che un deformato utilizzo dei social può portare, i pericoli di una tecnologia lasciata priva di freni, il commovente nonché angoscioso dilemma esistenziale che dilania l’essere umano, tutte queste – e tante altre – sono realtà che la serie ha messo da sempre in evidenza attraverso dei monologhi strazianti. E per certi versi ci ha sempre mostrato la soluzione: sollevarsi contro chi gioca a fare la divinità e considera la nostra esistenza alla pari di un banale numero sacrificabile.

Ma se il messaggio fosse, invece, in molti sensi contrario? Non nella direzione di ignorare chi gioca a fare Dio, chiariamo. Può il cambiamento – fondamentale notare che in chiusura non si faccia più riferimento ad una rivoluzione, ma solo ad un cambiamento – essere mutato in una forma di gran lunga più intima e personale? Esmail, nel corso di un series finale compassato e straripante di pura eleganza, sembra voler scontrarsi proprio con un interrogativo del genere: dobbiamo essere tutti degli hacker di Fsociety per operare il cambiamento? Dobbiamo davvero essere dei cinici, atei, increduli, depressi e sociofobici?

Bisogna essere per forza Elliot? Ma allora chi è veramente Elliot? Mr. Robot si prende i suoi tempi per chiarire ogni cosa e mandare un messaggio tanto universale quanto ottimista nei confronti dell’umanità, che non cancella assolutamente le pesanti critiche alla nostra società né alla nostra indole. Ci rende, però, consapevoli e partecipi, ci invoglia costantemente a lavorare su noi stessi e ad accogliere le nostre responsabilità, non colpe, per come funziona il mondo, cambiando per un’ultima meravigliosa volta le carte in tavola. Una chiusura da brividi.

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